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martedì 22 settembre 2026

IL “PROGETTO (SENZA) PILOTA”: GUIDA DI AUTODIFESA E MAPPA DEI CODICI PER NON PORTARE LA SPERIMENTAZIONE IN TAVOLA

Infografica del piano pilota di vaccinazione aviaria H5 con mappa del Nord Italia, codici degli allevamenti di uova 053MN726 e 053MN728, e fiala di vaccino.
Infografica ufficiale dell'inchiesta: la mappa del piano pilota tra Lombardia e Veneto e la guida pratica con i codici delle uova (053MN726 e 053MN728) per l'autodifesa del consumatore.


Mentre i circuiti dell’informazione allineata tessono le lodi della modernità e della biosicurezza, un’inchiesta spietata sul dispositivo ministeriale per l’influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI H5) — scattato lo scorso 5 maggio 2026 tra le province di Verona e Mantova — svela una realtà ben diversa. Siamo di fronte a un’analisi rigorosa su un “progetto (senza) pilota” che, dietro una facciata di rigore burocratico, scarica sui consumatori e sugli anelli più deboli della filiera i rischi reali di una sperimentazione biotecnologica su larga scala.

La gestione in outsourcing e il circo delle scartoffie

La prima dose del siero — basata su un vaccino ricombinante con vettore Herpesvirus del tacchino (HVT) che esprime il gene dell'emoagglutinina H5 — non viene somministrata direttamente negli allevamenti monitorati, bensì negli incubatoi. Luoghi opachi e distanti dal controllo diretto, dal cui corretto operato dipenderebbe la miracolosa «separazione degli animali vaccinati da quelli non vaccinati». Tranquillizzante, non c'è che dire.

La “garanzia” di tale separazione è affidata interamente a un castello di scartoffie digitali: un DDA (Documento di Accompagnamento Elettronico) validato dall'ASL, generato tramite l’applicativo web della Banca Dati Nazionale (BDN) che recupera il trattamento direttamente dalla Ricetta Elettronica Veterinaria (REV).

Ancora più grottesco è il capitolo del personale addetto: chi individua le «squadre di vaccinazione»? Non il Ministero, bensì gli «operatori delle aziende avicole, anche per il tramite delle filiere produttive». E chi si occupa della loro formazione? Previa validazione del Centro di Referenza Nazionale per l’Influenza aviaria dell’IZSVe, la formazione può essere erogata anche da «enti terzi», tra cui filiere, associazioni di categoria e, udite udite, le stesse ditte farmaceutiche produttrici. Del resto, chi meglio dell’oste può spiegarti la qualità del vino? Ciliegina sulla torta: non è prevista la formazione di tutti gli operatori sul campo, ma basta un unico «responsabile» individuato dalle squadre stesse.

Ed è proprio qui che emerge un particolare che merita di essere evidenziato: il dispositivo stabilisce che l'acquisto, lo stoccaggio, la distribuzione, la somministrazione e persino la rendicontazione delle dosi utilizzate e non utilizzate siano a carico degli operatori, anche per il tramite delle filiere produttive. Il controllo resta affidato ai veterinari ufficiali delle ASL, ma l'organizzazione materiale dell'intera operazione viene quindi collocata all'interno della filiera produttiva.

Un “progetto pilota” pensato come stress test

C'è poi una frase contenuta nelle premesse del dispositivo ministeriale che merita particolare attenzione. Le riunioni del 31 marzo 2026 con le associazioni del settore avicolo vengono richiamate perché favorevoli all'attuazione del progetto pilota, definito necessario anche per effettuare un «preventivo stress test» in vista dell'applicazione di un futuro progetto di vaccinazione su larga scala.

Non si tratta quindi soltanto di osservare cinque allevamenti per verificare se una procedura burocratica funziona. Il documento ministeriale dichiara espressamente che l'obiettivo è raccogliere dati e conoscenze che possano consentire, in futuro, l'adozione di un progetto di vaccinazione dell'influenza aviaria ad alta patogenicità «su larga scala». Ed è proprio questa prospettiva a rendere ancora più importante interrogarsi oggi sulla tracciabilità, sulla gestione della filiera, sui prodotti destinati al consumo e sulla reale capacità del consumatore di sapere da quale stabilimento provenga ciò che acquista.

Sorveglianza rafforzata e test di laboratorio: cosa prevede davvero il protocollo

Il dispositivo ministeriale impone un regime di sorveglianza attiva e passiva ferreo all'interno degli stabilimenti designati:

  • Sorveglianza Attiva e Prelievi Sierologici mirati: Oltre ai controlli clinici, sono previsti prelievi di sangue sistematici (20 campioni per allevamento o quantitativo superiore stabilito dal CRN AI) a scadenze temporali rigidamente scandite:

    • Per i tacchini: Al giorno 30-36, prima di effettuare il vaccino booster; tre settimane dopo il vaccino di richiamo; prima del carico per l’invio al macello.

    • Per pollastre e ovaiole: Al momento della somministrazione del richiamo (10-12 settimane); entro una settimana dalla movimentazione verso lo stabilimento di destinazione per la produzione delle uova; ogni sei mesi durante il periodo di deposizione; alla fine del ciclo produttivo.

  • La Strategia DIVA e i Test in Laboratorio: Sfruttando vaccini privi dei geni interni NP e M, si punta a differenziare gli animali infetti da quelli vaccinati.

    • Sui campioni virologici: Screening iniziale mediante real-time RT-PCR mirata a un segmento del genoma del virus codificante per la proteina di matrice (M); i positivi passano ai test specifici H5 e H7 e poi al Laboratorio Nazionale di Riferimento (LNR) dell'IZSVe di Legnaro (PD).

    • Sui campioni sierologici: Screening iniziale per la ricerca di anticorpi nei confronti della nucleoproteina (NP) dei virus dell'Influenza A mediante test ELISA, seguiti dalla prova di inibizione dell’emoagglutinina (HI) per isolare i sottotipi H5 e H7 (con invio tempestivo al LNR in caso di positività).

  • Blocco Condizionato: In caso di sospetto clinico o virologico, lo stabilimento viene immediatamente bloccato e sottoposto alle rigide misure dei Regolamenti UE fino al verdetto definitivo.

Cinque stabilimenti, non un intero territorio

La mappa ufficiale permette inoltre di circoscrivere con estrema precisione il perimetro del progetto.
I tre stabilimenti di tacchini da carne sono:

  • 060VR701 – Verona

  • 096VR206 – Verona

  • 096VR606 – Verona

I due stabilimenti di galline ovaiole sono:

  • 053MN726 – Mantova

  • 053MN728 – Mantova

Sono quindi cinque gli stabilimenti produttivi finali espressamente individuati nel progetto. Il dispositivo stabilisce inoltre che la vaccinazione non è consentita negli stabilimenti che non fanno parte del progetto e che gli animali vaccinati non possono essere movimentati verso stabilimenti esterni se non attraverso una specifica deroga della ASL e il parere del Centro di Referenza Nazionale.

Perché il mercato estero chiude le porte?

Un indizio macroscopico sulla reale percezione del rischio fuori dai confini nazionali arriva da una postilla che non lascia scampo a interpretazioni: i prodotti e i sottoprodotti avicoli provenienti dagli stabilimenti del progetto pilota possono essere commercializzati esclusivamente sul mercato italiano.

Viene spontaneo chiedersi il motivo di tale sbarramento all'esportazione: forse perché non tutti, all’estero, accetterebbero il rischio di far sedere i propri cittadini dalla parte del consumatore finale in un simile esperimento a cielo aperto? Il documento ministeriale specifica che non possono essere inviati verso Paesi terzi o altri Stati membri dell'Unione europea. E qui si apre una domanda investigativa: quali sono esattamente gli accordi sanitari internazionali che devono essere modificati prima che questi prodotti possano varcare i confini?


GUIDA DI AUTODIFESA: Come Riconoscere le Uova e le Carni Sottoposte a Sperimentazione


Mentre per la carne di tacchino la filiera industriale e la GDO nascondono il codice di allevamento dietro un bollino del macello (ricordiamo tra i centri autorizzati per AIA sigle come IT 04 M CE, IT 012 M CE, IT 018 M CE, IT 207 M CE, IT 363 L CE, IT 880 L CE, IT 0851 M CE), per le uova fresche in guscio la normativa europea ci consegna un'arma formidabile di autodifesa.

Scavando nei documenti ufficiali del piano, gli stabilimenti di galline ovaiole inseriti nel progetto nel Mantovano sono identificati da questi codici precisi:

  • Allevamento di galline ovaiole 1: 053MN726

  • Allevamento di galline ovaiole 2: 053MN728

Per i tacchini da carne nel Veronese, i codici degli stabilimenti coinvolti sono:

  • Tacchini da carne 1: 060VR701

  • Tacchini da carne 2: 096VR206

  • Tacchini da carne 3: 096VR606

Cosa fare al supermercato:

  1. Identificare il codice stampato sul guscio dell’uovo (es. 2 IT 053 MN 728). Se le cifre corrispondono a quelle della sperimentazione, saprete con assoluta certezza da quale stabilimento provengono.

  2. Per carne e prodotti trasformati: la situazione è più complessa poiché non c'è un codice di allevamento leggibile sul prodotto finito; occorre conservare etichetta, lotto, stabilimento di produzione e ogni informazione utile.

  3. In caso di dubbi: rivolgersi all'operatore commerciale o all'autorità sanitaria competente.

Se fossi un produttore mantovano o veronese onesto, mi assicurerei di prendere le distanze pubblicamente da questa filiera, dagli incubatoi fino al piatto, e lo farei sapere a chiare lettere a quel consumatore che, giustamente, nel dubbio rifiuta categoricamente di fare da cavia.

Perché quando un documento ministeriale parla apertamente di uno «stress test» destinato a raccogliere dati in vista di un futuro progetto di vaccinazione su larga scala, la domanda fondamentale non è soltanto se il progetto funzionerà. La domanda è: quanto sarà realmente informato il cittadino che, alla fine della filiera, si troverà il prodotto nel piatto?

Salvatore Calleri

Ufficio Stampa

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